19 Febbraio 2008   •  News

Né guelfi né ghibellini. Solo italiani a caccia d'identità

Redazione

 

L’ipotesi ventilata in un recente (e per molti aspetti notevole) articolo di Aldo Schiavone comparso sul quotidiano “la Repubblica” del 5 febbraio (il nostro paese starebbe per essere sommerso da un’«ondata neo-guelfa» fomentata dalla Chiesa e da alcuni ambienti “laici”, portatori di un’ideologia vagamente post-maurrassiana) è l’ennesimo parto di una cultura che ha quasi fisiologicamente bisogno di un “nemico”, contro il quale chiamare alla vigilanza e alla mobilitazione: fingit creditque, come si diceva nel latinetto di una volta. Ciò che soprattutto colpisce in simili ragionamenti è tuttavia un altro aspetto: l’incapacità di comprendere che i conflitti culturali che percorrono in questi anni la società italiana non si svolgono più  fra Stato e Chiesa (come poteva accadere fino a un secolo fa), ma tra cittadini italiani; fra cittadini italiani di orientamenti politici, culturali e religiosi diversi, che cercano (tutti) di far sentire la propria voce e le proprie idee nello spazio pubblico. Continuare a rappresentarli come l’ennesima riproposizione del canonico conflitto Stato-Chiesa discende dalla convinzione (non esplicita, ma fermissima) che la parte cattolica, identificata appunto con la Chiesa, sia rimasta sostanzialmente un corpo estraneo alla società nazionale (lo Stato) e in potenziale contrasto con essa; un po’ la rappresentante e la portavoce di una potenza straniera. E’ proprio così? Il mondo cattolico è una sorta di ospite nel paese Italia, che – come tutti gli ospiti –  è ben accetto finché ne rispetta le “regole”?

Il discorso di Schiavone ripropone così il problema del rapporto fra cattolicesimo e nazione italiana. Non a caso vi viene evocato il neo-guelfismo, il movimento che, nella fase centrale del nostro Risorgimento, con enorme (ma effimero) successo, cercò di coniugare proprio cattolicesimo e italianità. Perché “neo-guelfismo”? Perché l’ideale “guelfo” (Schiavone lo avverte benissimo) era molto più antico ed era stato elaborato fra Cinque e Seicento, quando altrove si erano appena formati i grandi Stati nazionali: «Si diceva agl’Italiani: – Avete perduto la nazionalità e l’indipendenza, (…), non avete più la civiltà d’una volta, siete un popolo decaduto. Ma consolatevi e pensate che, poiché il Papa  è  in Italia, se il papato è potente, questo potere si riflette sulla terra ove risiede; avvezzatevi a considerarvi non come popolo italiano ma come il primo de’ popoli cattolici». Sono parole di Francesco De Sanctis, ovviamente polemiche, che tuttavia sintetizzano efficacemente  lo spirito “guelfo”.

Dopo il 1843, Vincenzo Gioberti lo ricuperò e lo rilanciò come un grande mito politico, ma finalizzandolo – questa volta  – all’indipendenza nazionale: essa doveva essere realizzata attraverso una federazione fra gli Stati della penisola e sotto l’egida benigna del Pontefice, che se ne sarebbe fatto garante di fronte alle potenze europee. L’elezione di Pio IX sembrò per un momento rendere  plausibile questo progetto: per alcuni anni le aspirazioni nazionali e il sentimento religioso non sembrarono più in contrasto. L’Italia era un paese naturaliter cattolico –  questo era il nucleo ideale del giobertismo – e non vi era possibile (né auspicabile) un qualsiasi progresso, se non conciliandolo con quella sua tradizione.

Fu un’operazione geniale: con essa l’abate piemontese operò un clamoroso “taglio delle ali”, da una parte escludendo dall’opinione nazionale l’estrema destra cattolico-legittimistica (il gesuitismo), dall’altra l’estrema sinistra rivoluzionaria (le sette). Quelle della grande stagione del moderatismo, alla vigilia del 1848, furono veramente le “giornate del nostro riscatto”, perché il mito neo-guelfo (fatto assai raro nella vita italiana) intendeva avere effetti inclusivi, non divisivi, e formare un vasto fronte patriottico-nazionale, in seguito non più realizzato. Sappiamo come andò a finire: l’allocuzione pontificia del 29 aprile 1848, la fuga di Pio IX da Roma, la repubblica romana segnarono la fine del sogno. Poi si ebbero, da una parte, le leggi Siccardi, quella sui conventi, le irregolarità elettorali del 1857, l’invasione dell’Umbria e delle Marche in spregio a ogni diritto internazionale (lo scriveva lo stesso Cavour), la liquidazione dell’asse ecclesiastico, la presa di Roma; dall’altra le scomuniche, la negazione dei sacramenti ai moribondi, i non possumus, il Sillabo, Mentana, il non expedit.

Insomma, l’unità d’Italia (di una nazione che era stata considerata, fino a qualche anno prima, naturaliter cattolica) avvenne invece contro la Chiesa. Lo si ripete spesso, ma non sempre se ne tengono presenti fino in fondo le conseguenze: la scarsa legittimazione del nuovo Stato, l’impossibilità di un partito cattolico-conservatore che potesse garantire un vasto consenso alla nuova classe dirigente, curandola da quella paranoia istituzionale che fu alla base delle sue non infrequenti tentazioni autoritarie. Soprattutto il bisogno di promuovere un processo di “nazionalizzazione” privo di ogni contenuto cattolico, ma che rispondesse alla sfida di quella tradizione, la spinse precocemente verso una politica estera di prestigio internazionale, da “sesta delle grandi potenze”, che era assolutamente  sproporzionata rispetto alla  consistenza e alle risorse del giovane Regno: “Ma che cosa intendete fare a Roma? (…): a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopolitici. Che cosa intendete fare?”». Questo fu il concitato richiamo che Theodor Mommsen rivolse a Quintino Sella una sera del 1871 e gli uomini della nuova Italia raccolsero la sfida: la scienza laica e la grandezza nazionale, questo fu il loro programma.

Lo avvertiva (e lo deprecava) un uomo della vecchia Destra, il cavouriano e cattolico Stefano Jacini: “Siete dei megalomani! – questo all’ingrosso il nucleo del suo discorso – Altro che Triplice Alleanza  e colonie africane! Se foste consapevoli dei veri interessi del paese, cerchereste una qualche intesa col Papa, magari accettando una garanzia internazionale dei diritti che gli avete riconosciuti con la legge delle guarentigie; vi conquistereste la fiducia del cattolicesimo organizzato e delle masse contadine. Cessereste di concepire lo Stato come uno strumento di colonizzazione interna: la realtà italiana è variegata e ricca di corpi intermedi, quindi niente centralismo alla francese! Soprattutto dovreste mettere mano alle condizioni delle popolazioni rurali: per renderle “italiane”, è necessario alleviarne la tremenda miseria». Invece la classe dirigente italiana (la più anticlericale e massonizzante, quella della Sinistra) strinse la Triplice, andò in Africa, si lasciò affascinare dal mito di Bismarck. Plasmò una  “religione della patria”, in  cui questa veniva elevata  a valore ultimo, in riferimento al quale ogni norma di condotta trovava il suo significato e la sua giustificazione: Salandra poi avrebbe parlato di “sacro egoismo”.

Non a caso l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti con cui Luigi Sturzo riportava nel 1919 i cattolici nella politica italiana aveva accenti in qualche modo “jaciniani”, cioè di critica radicale alla politica dello Stato post-unitario: decentramento, libertà della Chiesa, legge elettorale proporzionale, questione contadina, liberismo, wilsonismo.

E quella di Sturzo non era Italia?

La definitiva confluenza del mondo cattolico nella società nazionale ebbe luogo con la Conciliazione del 1929, sotto la dittatura. Ma la centralità che esso era destinato ad assumervi la si vide dopo la guerra, nelle elezioni del 1946  e del 1948. Si aprirono i “giorni dell’onnipotenza”, in cui a molti parve che la vecchia utopia giobertiana si stesse finalmente realizzando. Ovviamente non era così: vi erano altre Italie, che collaborarono con quella cattolica per la ripresa e lo sviluppo del paese. Ma l’altra maggiore, quella comunista, diede a lungo per scontato che Gioberti  avesse in fondo ragione: che non servisse a nessuno dar di cozzo contro questo carattere “cattolico” della nazione italiana e che fosse preferibile sviluppare la nuova democrazia col beneplacito della Chiesa, evitando di riaprire le lacerazioni di fine Ottocento.

Fu la famosa “pace religiosa” assicurata dall’art. 7 della Costituzione: concetto che poi è stato molto criticato e su cui si è anche pesantemente ironizzato, ma che ha validamente contribuito a quella compattezza sulle questioni essenziali (al di là dei contrasti più feroci) che oggi molti individuano nella classe dirigente post-bellica e che rese possibile al paese di attraversare, all’interno di un quadro democratico, una fase di convulsa modernizzazione, con le dirompenti conseguenze politico-sociali a tutti note. Per una sorta di eterogenesi dei fini (l’osservazione è di Pietro Scoppola) proprio la modernizzazione garantita dal governo del “partito cattolico” doveva segnare la fine della “nazione cattolica”: i referendum del 1974 e del 1981 manifestarono la portata di tale processo.

Ha vinto, dunque, l’Italia laica, quella che si riconosce nella tradizione del quotidiano su cui Schiavone ha pubblicato il suo articolo? E’ difficile rispondere positivamente a questa domanda. Nel 1957, Nicola Matteucci osservava che uomini come Piero Calamandrei erano stati in fondo degli «sconfitti per tutta la vita: sconfitti dal fascismo, che per vent’anni aveva fatto contro di loro la storia d’Italia, sconfitti nella resistenza e nella liberazione, quando la storia d’Italia finì ancora per esser fatta senza di loro, dagli uomini che si trovavano inseriti nei grandi schieramenti popolari».  Da allora si sono avute almeno altre due sue sconfitte storiche: quella del 27 marzo 1994, allorché, con la vittoria elettorale di Berlusconi, quel mondo non fu capace di capitalizzare i frutti della crisi della prima Repubblica, che sembrava averlo lasciato padrone pressoché esclusivo dell’agone politico, e l’altra del 12 giugno 2005, quando, con referendume sulla fecondazione assistita, fallì nel tentativo di riaprire e completare il ciclo iniziato coi referendum del ’74 e dell’81. Ma poi quella tradizione è sempre la medesima? A ben guardare, essa presenta oggi una sempre più evidente mutazione culturale, che la sta allontanando dalle proprie culture classiche di riferimento (Croce, Salvemini e Bobbio) e avvicinando a impostazioni sostanzialmente ateistiche e scientistiche.  

Se quindi Messenia piange, Sparta non ride. Questo fallimento dei progetti di lunga durata intorno alla nazione italiana, delle varie “idee di Italia” che si sono succedute nella sua storia recente, e l’incapacità di elaborare qualcosa di nuovo e di duraturo, è forse il nocciolo vero della crisi attuale. Ma proprio questa situazione di crisi dovrebbe indurre tutte le componenti della società nazionale ad adottare una concezione inclusiva di nazionalità: così, se è necessario che il vario mondo cattolico, pur rivendicando giustamente la sua italianità e la propria “idea d’Italia”, rinunzi a ogni “giobertismo” di ritorno e a forme di risentimento storico dal sapore puramente recriminatorio, l’Italia laica deve giungere a considerarlo fra le radici principali della nazione italiana (non un detrito del passato), e quindi a riconoscergli il diritto di far pesare la sua sensibilità e i suoi presupposti religiosi e culturali nel dibattito pubblico. Ci saranno, certo, nuovi conflitti, ma saranno conflitti fra coscienze, tutte di pari dignità e di pari cittadinanza. Non fra i rappresentanti dell’Italia civile e gli epigoni della Controriforma (non di quella vera, naturalmente).

(da L’Occidentale)