17 Agosto 2007  

Senza radici

Redazione

Mondadori, 2004

In un contesto culturale come il nostro non è difficile incontrarsi quasi quotidianamente con una più o meno intelligente apologia circa la debolezza della ragione. Alla stessa stregua, non è confortante verificare che l’indifferenza si spande a macchia d’olio e diventa la reazione più immediata del vivere sociale, politico e religioso. Conseguenza inevitabile è la progressiva perdita di identità con l’assunzione di comportamenti che stridono con quanto ha segnato il nostro modello di pensiero e di vita. Fin dall’abbigliamento dei teenager notiamo che qualcosa di davvero grande sta cambiando.

L’Occidente attraversa uno dei momenti più delicati della sua storia, quello di un passaggio epocale da una cultura a un’altra. La cosa non è indolore. Rimanere ancorati alla nostalgia dei bei tempi e rifiutare il nuovo non serve. Ritenere, al contrario, che quanto sta accadendo sia solo frutto del progresso e agognata conquista di diritti finora negati è un’illusione che non serve perseguire. Se ci sono delle sfide poste sul tappeto, allora devono essere affrontate con la dovuta perspicacia e con la coscienza di darne una risposta che abbia senso.

In questo contesto, le pagine di Senza radici sono una risposta coraggiosa e per molti versi lungimirante. Meraviglia che da due fronti così diversi, quali quelli di Joseph Ratzinger e Marcello Pera, agli stessi interrogativi possano giungere risposte similari e convergenti. Il teologo e il filosofo laico non solo si confrontano, ma delineano spazi di azione su cui confluiscono per disegnare un cammino comune da perseguire. Ironia della sorte. In un paese come il nostro, che ha voluto sottolineare sempre l’indipendenza del mondo «laico» da quello religioso, fino a sfiorare l’incomunicabilità tra i due, tocca al prefetto dell’ex Sant’Uffizio e al presidente del Senato della Repubblica mettersi a tavolino per abbozzare una sintesi su alcuni obiettivi da perseguire insieme. La posta in gioco deve essere davvero importante.

Inizia a darne una lettura Ratzinger: «L’Europa, proprio nell’ora del suo massimo successo, sembra svuotata dall’interno, come paralizzata da una crisi circolatoria, una crisi che mette a rischio la sua vita affidandola a trapianti che ne cancellano l’identità. Al cedimento delle forze spirituali portanti si aggiunge un crescente declino etnico. C’è una strana mancanza di voglia di futuro». Gli fa eco Pera: «Nell’era del relativismo trionfante e dell’apostasia silenziosa, il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo e la stessa affermazione del vero fa paura e solleva timori».

Fuori da ogni metafora, si percepisce immediatamente l’obiettivo dei due: mettere a nudo, senza timore, la diagnosi sui mali del momento. Come sempre, pagine come queste fanno sorgere reazioni diverse. C’è chi si irrita, perché viene meno ogni forma di politically correct e chi sente, finalmente, che qualcuno gli sta dando voce. Se si leggono con attenzione gli interventi, comunque, difficile non prendere in considerazione la provocazione che è alla base del libro: se l’Europa vuole avere un futuro, allora è necessario che prenda un’altra piega. Qui non è più questione di tergiversare o di pretendere che la ragione stia sempre da una sola parte.

I problemi che di volta in volta vengono affrontati in queste pagine costituiscono una vera base di dibattito culturale che merita molto di più di un semplicistico fondo di giornale che alcuni commentatori liquidano il lunedì mattina. Il lettore sarebbe ingiustificato se dovesse fermarsi alla sola analisi della guerra in Iraq e al giudizio sui movimenti pacifisti di casa nostra che fatalmente dimenticano sempre altri focolai di guerra, senza addentrarsi poi in questioni che riguardano il concetto stesso della vita umana, dal suo inizio alla sua conclusione, dei problemi di bioetica, della sperimentazione sugli embrioni, del senso della democrazia e della pretesa dei diritti soggettivi a essere riconosciuti, prescindendo da ogni rapporto con quelli fondati nella natura stessa. «Qual è la nostra cultura, che cosa ne è rimasto?». L’interrogativo, non affatto retorico, porta il cardinale Ratzinger a concludere con l’amaro in bocca che quel modello di civiltà che aveva segnato nei secoli passati il progresso di intere nazioni sembra oggi emarginato; anzi «la sua cultura e la sua fede, ciò su cui si basa la sua identità, è giunto alla fine e anzi già uscito di scena; che è giunta l’ora dei sistemi di valori di altri mondi, dell’America precolombiana, dell’Islam, della mistica asiatica».

Non meno tagliente è la risposta dei presidente Pera: «Questa patologia si avverte dappertutto e io la percepisco soprattutto in quella gabbia di insincerità e ipocrisia che è il “linguaggio politicamente corretto” in cui l’Europa si è rinchiusa semplicemente per paura di dire cose che non sono affatto scorrette, ma banalmente vere e per evitare di fare fronte alle responsabilità e alle conseguenze delle cose eventualmente dette». Parole che manifestano uno strabismo tipico dei nostri giorni che cerca così di mascherare la crisi dentro cui ci siamo impantanati.

Senza radici è un atto d’accusa non tanto a chi ha voluto fare orecchie da mercante nell’inserire un riferimento al Cristianesimo nella nuova costituzione, ma a quanti insistono nel volerle negare come se il Cristianesimo fosse un puro fatto marginale della nostra cultura o una superstizione da cui doverci presto liberare. Ha ragione il presidente Pera nell’insinuare che la Chiesa non è estranea a questo processo perché troppo timida nella sua opera di evangelizzazione? È un interrogativo a cui anche gli uomini di Chiesa dovranno rispondere.

«C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico». Sono, probabilmente, le parole più forti e drammatiche che si ritrovano all’interno di questo volume che non fa mistero del declino intrapreso dall’Europa. Pagine che scorrono veloci, impietose senza indugiare su elementi marginali. Un sottile e permanente pessimismo degli autori in questa analisi? Non siamo di quelli che condividono la tesi sullo scontro di civiltà, ma neppure siamo ingenui da pensare che all’orizzonte tutto sia roseo. Un sano realismo è ciò che serve a tutti per recepire il positivo di queste riflessioni e assumersi la responsabilità per come dovremmo proporre il futuro.