14 Aprile 2022   •  PNRR / I testi / Punti di vista

Un estratto dall’ultimo libro di Gaetano Quagliariello “LA SOCIETÀ CALDA. Dall’Italia che deve crescere, una proposta per il Paese”

Redazione

Esce oggi in libreria “La società calda. Dall’Italia che deve crescere, una proposta per il Paese” (Ed. Rubbettino), di Gaetano Quagliariello. Il libro, partendo dalla necessità di ripartire e ricostruire economia e società dopo la pandemia, svela le potenzialità di una società “calda”, fondata su un’umanizzazione dei rapporti economici, sociali e della tecnologia e che guarda alle periferiche fisiche e valoriali del nostro Paese. Ne pubblichiamo un estratto.

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Per le generazioni che l’hanno vissuto, il covid-19 ha rappresentato quel che la Grande Guerra è stata per i nostri nonni e la Seconda Guerra Mondiale per i nostri padri: un sostanziale salto nel buio che la storia ha proposto all’umanità. Più improvvisi nel 1914 e nel 2019, più prevedibile nel 1943, ma sempre di salti nel buio si è trattato. Nell’estate del ’14 quando scoppiò la bomba a Sarajevo e le orchestrine della Belle Époque improvvisamente smisero di suonare, nel settembre del 1939 quando Molotov e Ribbentrop siglarono un patto i cui protocolli allegati avrebbero dovuto restare segreti, nessuno – salvo pochi veggenti – comprese a cosa il mondo sarebbe andato incontro. Lo stesso è accaduto nel 2019, quando si seppe di un virus che aveva preso a circolare – così si disse allora – dal mercato di Wuhan. E neppure con l’approdo del contagio nel Vecchio Continente la consapevolezza comune si era fatta più avvertita. Le guerre non sono tutte uguali per quanto riguarda la prevedibilità dei loro esiti così come delle loro conseguenze. I venti di guerra che hanno preso a soffiare tra Russia e Ucraina al momento di mandare in stampa queste pagine, con il carico di interrogativi che propongono, ne sono una drammatica conferma. Per di più, guerre e pandemie sono tipi differenti di catastrofi collettive, per cui è bene non insistere con i paragoni. Nondimeno, per le une così come per le altre è spesso difficile immaginare gli effetti di lunga durata. C’è poi un altro aspetto che accomuna le modalità con le quali i due tipi di eventi si sono manifestati nell’evo contemporaneo: il fatto che, a un certo punto e dopo un po’ di tempo, da essi sia scaturita la sensazione che il cambiamento fosse divenuto strutturale e che, per questo, non si sarebbe mai più tornati alla normalità della vita precedente. I diari della Prima Guerra Mondiale – tanto quelli dei combattenti del “fronte esterno” quanto gli scritti dal “fronte interno” – fanno ben comprendere come, man mano che si affermava la consapevolezza di star vivendo qualcosa di inaudito e di mai visto prima, si affacciasse anche il crescente timore che quella situazione eccezionale non avrebbe mai più avuto termine. È la stessa sensazione che in tanti hanno avvertito di fronte al protrarsi della pandemia: all’inizio sembrava un fatto terribile ma destinato a consumarsi al massimo nel giro di qualche mese; poi è subentrata la percezione che si stesse compiendo una tragedia epocale; infine la presa d’atto che quella tragedia, violenta nei suoi effetti immediati, avrebbe comunque lasciato abbondanti residui e che con il covid, non meno che con i suoi residui, si dovrà convivere ancora a lungo.

In realtà le pandemie così come le guerre – piccole o grandi che siano – a un certo punto finiscono. Non per questo è tuttavia possibile sfogliare all’indietro il grande libro della storia e, come se nulla fosse, tornare al punto di prima rifugiandosi nel classico “heri dicebamus”. Perché i salti nel buio che periodicamente si propongono all’umanità portano cambiamenti profondi nella psicologia individuale, nei comportamenti dei corpi collettivi, negli andamenti economici non meno che in quelli politici. E questa “legge ferrea” vale tanto per i grandi scacchieri geopolitici quanto per i più Il covid-19, in particolare, ha cambiato la natura e l’intensità del conflitto internazionale rendendo palesemente impossibile quel che era impossibile anche prima, ma che in tanti si ostinavano a non voler considerare tale: il fatto, cioè, di poter perseguire gli interessi nazionali e mantenere ordine in uno scenario ormai globale barricandosi ognuno all’interno dei propri confini. Questo cambiamento strutturale ha riattivato nel mondo, in termini più definiti, una nuova divisione bipolare ponendo di fronte a rinnovate responsabilità un Occidente che negli ultimi anni aveva abdicato alla propria leadership. E nei nostri paraggi ha spianato la via a una nuova stagione dell’unità europea, più empatica e meno distante dall’ideale che fu dei Padri fondatori. Diciamolo con una formula non sofisticata ma efficace: si è affievolito il potere dei funzionari, è cresciuta la forza degli ideali legati alla percezione di una comunità di destino dotata di radici comuni e di una condivisa identità. Questa nuova, o meglio questa rinnovata percezione ha tra l’altro contribuito ad affermare un diverso modo d’intendere e di regolare il rapporto tra Stati nazionali e debito sovrano, fattosi meno stringente e obbligante rispetto ai primi decenni del nuovo secolo. Sicché, tanto in ambito teorico quanto sul fronte dell’azione di governo, si è enucleato lo spazio per poter distinguere tra “debito cattivo” e “debito buono”.

Questi cambiamenti in ambito sovranazionale hanno prodotto effetti – e non avrebbe potuto essere diversamente – anche sui sistemi politici interni. In Italia, in particolare, la pandemia ha “sdoganato” la formula dell’unità nazionale. Ha fatto cioè comprendere a un Paese che per lunghi tratti della sua storia ha convissuto con una guerra civile a bassa intensità che vi sono momenti nei quali la sorte della comunità nazionale viene prima limitati contesti domestici. di ogni conflittualità politica, per quanto esasperata essa possa essere e senza che a tale conflittualità, intesa come confronto anche duro di idee, a nessuno venga chiesto di rinunciare. E tale nuova percezione ha influito e sta influendo (perché il processo non può in alcun modo ritenersi concluso) sulla natura dei partiti e ancor più delle coalizioni. Nonostante la prova non edificante offerta da alcuni esponenti della comunità scientifica – i quali non hanno saputo sottrarsi alle peggiori abitudini di quei politici che concepiscono la loro attività come effimera esposizione di se stessi – il rapporto della politica con la competenza si è sostanzialmente modificato. I cosiddetti “tecnici”, grazie al cielo, non sono stati considerati infallibili. Ma mentre nel tempo a.c. (ante covid) la politica era l’unico mestiere nel quale avere una competenza era sostanzialmente considerato un disvalore, oggi non è più così. Prima della pandemia, in Italia, mentre nessun essere raziocinante si sarebbe messo nelle mani di un medico mai entrato in una sala operatoria e nessuno avrebbe affidato la progettazione di un ponte a un ingegnere che non si fosse mai confrontato con un calcolo complesso, per fare politica l’incompetenza e l’inesperienza erano divenute requisiti necessari ancor più che sufficienti. Tale distopia è stata almeno in parte eradicata. Si deve forse a questo mutamento l’affermazione di un rapporto con l’Europa più equilibrato. Più distante, cioè, sia dall’acritica accettazione che dall’isterico rifiuto. Un’inversione di rotta del resto difficilmente evitabile dal momento che, di fronte alla crisi pandemica, per la prima volta nella storia cittadini di altre nazioni europee hanno accettato di contribuire economicamente affinché a un Paese come l’Italia, giunto alla prova della crisi con la zavorra di un debito pubblico pesantissimo, potessero essere elargite a fondo perduto (in piccola parte) e date in prestito a condizioni vantaggiose (in gran parte) risorse eccezionali. Anche e soprattutto per questo, oggi nel panorama politico quasi nessuno più pensa che ce la si possa fare prescindendo del tutto dal Vecchio Continente. È un fatto: la ripresa del Paese passa molto anche dalla gestione dei denari che potrebbero arrivare dall’Europa ed essere messi a frutto attraverso il PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Uno dei grandi obiettivi di questo piano, ai quali l’Europa come condizione obbligante ci chiede di aderire, è quello di operare per ridurre all’interno del perimetro nazionale le differenze economiche e di prospettiva di sviluppo tra i contesti più avanzati e quelli che sono rimasti indietro. Non è solo una raccomandazione di ordine morale. Le dinamiche geo-economiche, e in particolare l’accelerazione della globalizzazione, ci hanno infatti insegnato che le più grandi spinte all’economia provengono dalle realtà nelle quali il differenziale di sviluppo è più accentuato: difficile crescere molto dove si è già ai vertici, mentre ci sono più margini per farlo se si è fra gli ultimi, laddove si determinino nuove situazioni di contesto in grado di attrarre investimenti produttivi.

D’altro canto, se si riavvolge il nastro della storia fino agli ultimi decenni del secolo scorso, si vedrà come, già in epoca pre-globalizzazione, altre nazioni europee abbiano saputo approfittare delle loro debolezze strutturali. L’avanzamento di rango della Spagna è dipeso anche dalla capacità di spendere bene i soldi concessi dall’Europa per le aree del territorio nazionale economicamente più arretrate. E, ancor più emblematicamente, l’affermarsi della Germania come potenza economica di riferimento in ambito continentale è dipeso in gran parte da come il processo d’integrazione della ex Germania dell’Est è stato condotto in porto. L’Italia sconta fratture territoriali ataviche, che devono essere considerate a tutti gli effetti un tratto genetico della 10 nazione. Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto in altri contesti come quelli menzionati poche righe sopra, tali fratture non hanno rappresentato un’opportunità e, anzi, sono rimaste un fardello in ambito economico e continuano ad avere un riflesso fortissimo in campo politico. Al punto che i grandi rivolgimenti avvenuti dall’indomani della fine della Guerra fredda non possono essere compresi appieno senza una considerazione del loro risvolto territoriale. Il passaggio dalla cosiddetta Prima Repubblica alla cosiddetta Seconda Repubblica, ad esempio, è stato anche una reazione della parte più sviluppata del Paese a un’eccessiva meridionalizzazione della classe politica espressa dai partiti “classici” nel periodo a cavallo fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Così come la conquista grillina del Mezzogiorno nelle elezioni del 2018 va letta anche come “controrivoluzione”: una risposta all’incapacità di elaborare una linea strategica per quella porzione d’Italia da parte di quanti, a partire dal 1994, si erano affermati come protagonisti sulla scena. Oggi il PNRR offre un’opportunità ulteriore per ovviare a un deficit di visione della politica nostrana. Per non ripetere gli errori del passato, però, si dovrebbe evitare di perpetuare due vizi assurdi. In primo luogo, bisognerebbe smettere di considerare quello tra nord e sud l’unico cleavage territoriale dotato di senso e dimostrarsi in grado, piuttosto, di intersecarlo con altre faglie non meno antiche e soprattutto di cogliere tutte le differenze interne sia al blocco che viene definito “nord” che a quello identificato come “sud”. E occorrerebbe inoltre evitare di approcciare con una logica corporativa le opportunità offerte dal PNRR: evitare cioè di limitarsi a strappare quante più risorse possibili per il sud a prescindere da qualsiasi strategia d’utilizzo. È necessario, al contrario, elaborare proposte che partano dalle condizioni specifiche delle zone più svantaggiate ovunque esse si trovino e che sappiano soddisfare le esigenze di crescita dell’intero Paese. Il fatto che l’Italia possa conservare una posizione economicamente rilevante a livello mondiale solo se crescono i suoi territori più fragili era vero già prima della pandemia; a maggior ragione è vero oggi. A tal fine sarà però indispensabile saper individuare e selezionare i tratti propri delle società meno sviluppate che nel nuovo contesto, soprattutto se non proposti in chiave nostalgica, potrebbero divenire dei punti di forza. E saper fare i conti con le disfunzionalità e i vizi atavici che quelle società propongono. Si dovrà provare, insomma, a salvare il bambino e gettare l’acqua sporca.

In quest’ottica è necessario chiarirsi al meglio le idee prima di utilizzare risorse che, è bene non dimenticarlo mai, l’Italia dovrà in gran parte restituire. E proprio per contribuire a questa chiarificazione la Fondazione Magna Carta, approfittando di una finestra d’opportunità durante la quale la convivenza con il virus ha consentito incontri in presenza, ha organizzato due seminari. Il primo si è svolto all’Aquila nell’ottobre del 2021 ed è stato dedicato in particolare alle problematiche delle zone interne meridionali e alle opportunità che a esse può offrire il PNRR; il secondo si è tenuto ad Anagni nel successivo mese di novembre e si è concentrato sulla correlazione tra i mutamenti etico-antropologici e quelli economici prodotti dal covid. La presente pubblicazione è il frutto dell’ascolto prestato da me e dalla squadra della Fondazione in queste due occasioni. Per questo ho un debito di riconoscenza e di gratitudine nei confronti di coloro che si sono lasciati coinvolgere nelle iniziative sopra citate. Dalle loro relazioni ho tratto la gran parte degli spunti e delle idee contenuti in queste pagine. In particolare devo a Giancarlo Blangiardo e Michele Camisasca molte delle considerazioni sulla crisi demografica e sul suo impatto sulla condizione delle generazioni future; a Gian Mario Spacca, Natale Forlani, Mario Fracassi, Don Liberio Andreatta, Andrea Abodi le analisi sulla possibilità di integrare la dimensione dello sviluppo stimolato “dall’alto” con quella di una crescita suscitata “dal basso”, dal vitalismo diffuso della società. Assuntina Morresi, Annamaria Parente, Eugenia Roccella, Dario Verzulli ci hanno offerto spunti e cognizioni sugli aspetti sanitari ed etici della problematica, mentre Giulio De Rita e Marina Geymonat ci hanno aiutato a comprendere come sarebbe possibile governare una “rivoluzione digitale” che sia al servizio dell’uomo e non viceversa. Ho approfittato non poco della competenza di Dino Chiaia e Luigi Cantamessa in tema di infrastrutture e dell’acume di Salvatore Rebecchini e Fausto Carioti per quanto riguarda le implicazioni della cosiddetta sostenibilità ecologica. A tutti loro, una volta ancora, va il grazie mio e della Fondazione. Va da sé che la responsabilità della comprensione e della rielaborazione delle loro idee, e quella di eventuali conseguenti errori, è completamente mia. Debbo, infine, un ringraziamento ad alcuni dei miei collaboratori nell’ambito di Magna Carta: Silvia Cavallari, Giuseppe Leonelli, Claudia Passa. Essi a tutti gli effetti vanno considerati dei coautori perché, aiutandomi nella raccolta delle idee, nella scrittura e nella rilettura, hanno consentito a questo libro di uscire in tempi compatibili con quelli della politica, proponendosi – me lo auguro – come strumento utile in un passaggio cruciale della nostra vita nazionale. Hanno riletto il testo, dopo la sua definizione, Pupi Avati, Fabiola Bologna, Piero Craveri, Antonio Polito, Nicola Rossi, Camillo Ruini, Roberto Saccone, Giulio Sapelli. Anche a loro va il mio grazie. Infine, un pensiero grato all’editore Florindo Rubbettino e ai suoi collaboratori. Gli ho parlato per la prima volta dell’idea di questo possibile libro durante un cammino che abbiamo fatto insieme attraversando la sua Calabria da una costa all’altra. Percorrendo cioè, metaforicamente, un pezzo di “questione meridionale”. Come sempre mi ha dato fiducia; come sempre, assieme ai suoi collaboratori, ha fatto miracoli per diffondere nei tempi più rapidi possibili idee che spero possano quantomeno risultare non banali.

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