18 Dicembre 2007  

Un'enciclica per noi pagani

Redazione

 

Seconda immensa enciclica di Benedetto XVI: Spe Salvi. Nella speranza siamo stati salvati. Come dice san Paolo. Come ribadiscono con nitore cristallino i cinquanta paragrafi del documento petrino. La speranza è una virtù bambina. «La carità, dice Dio, non mi sorprende. Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza. Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa bambina» (Charles Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, Jaca Book, 1980). Bambino, il Vicario di Cristo ci offre una parola ricca di stupore primordiale. Parla costringendoci a diradare le nebbie della furbizia. Con un linguaggio piano e per nulla devozionale. Parla adeguandosi a noi, moderni e postmoderni, con la lingua originale dei non addetti ai lavori. Lingua quasi pagana, e quasi priva di interesse per i fronzoli esegetici, i rimandi teologici, le esaltazioni apologetiche. Non c’è capitolo in cui non vi sia il rinvio all’esperienza, a un nome e un cognome particolari che sono suggerimento di un metodo generale. Che non è quello di una religione come fatto privato. Ma quello di una vita, privata e pubblica, fuori dalla menzogna e dalla paura. Così, se nella prima enciclica Benedetto affrontava di petto le obiezioni di Nietzsche, qui il Papa chiama a testimoni Platone e Dostoevskij e dialoga con gli apostoli della modernità, da Kant a Marx, dai neomarxisti della scuola di Francoforte ai martiri del totalitarismo.
Si comincia con un epitaffio latino che riassume il sentimento di un’epoca (anche la nostra?) sazia e disperata. «Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo». Poi irrompe questa Giuseppina Bakhita, piccola schiava del Darfur riscattata dal console italiano Callisto Legnani. Quante sconosciute donne hanno scoperto il loro nome, la dignità, incontrando il buon “paron”, che «non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica», ma è «il Signore di tutti i signori»? Bakhita. E poi Gregorio Nazianzeno. «Un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona». Francesco Bacone diceva che «i fatti alla fine prevarranno e quindi noi faremo bene a preoccuparci che siano dalla nostra parte». Benedetto XVI è preoccupato di stare dalla parte dei fatti. Un po’ come a dire che «una volta che ci si trovi dalla parte dei fatti, ci si troverà anche dalla parte dove si staglia potentemente Cristo» (Stanley L. Jaki, Cristo e la scienza, Fede&Cultura, 2007).
Così Benedetto illustra puntualmente fatti. Le prime incisioni sui sarcofaghi cristiani rappresentano Gesù come filosofo e pastore. Cristo è filosofo e pastore, perché in lui la via e la vita coincidono. Cos’è la via? Cos’è la vita? Stiamo attenti. Qui il Papa segna il baricentro di tutta l’enciclica. Dice che la fede non è semplicemente un’alea dell’immaginazione vorticosa o uno shampoo per chi teme la forfora della morte. La fede non è una convinzione soggettiva, come pensa Lutero (e, dice il Papa, «almeno in Germania» anche «l’esegesi cattolica»). No. «La fede è “sostanza” delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono». «”Prova” nel senso oggettivo (di realtà presente in noi)». La fede è come siamo stati concepiti da nostra madre. Come si vede nel romanzo apocalittico e visionario dell’americano di El Paso (Cormac McCarthy, La Strada, Einaudi, 2007). Questo sostiene il Papa cristiano, cioè laico. «Abbiamo bisogno di studiare la vita che ci è data, la vita che ci resta e la vita che ci aspetta, cioè la speranza intesa come radice del nostro essere e non generica e psicologica aspettativa». (Giuliano Ferrara, “Spera anche il laico quando il papa impugna il bastone del filosofo”, Il Foglio, 1 dicembre 2007).
Seguono molte domande. Le risposte non sono mai teoriche. Sono la vita di persone che rimandano alla Vita di una Persona. Il Papa cita una certa Proba, «vedova romana benestante e madre di tre consoli». A lei una volta Agostino scrisse: «In fondo vogliamo una sola cosa – “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c’è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera». Ma è la vita stessa a portare con sé la sua preghiera. «Molti nomi non rispondono più./ Io non li sento,/ dimorando essi oltre il tempo./ I loro volti ridivenuti belli/ – dopo lo stretto e arduo passaggio/ verso l’Oltre -/ sono custoditi nel ricordo./ Si è solo interrotta la cara abitudine/ di vederli./ La sostanza delle cose è che essi vivono» (Maria Giovanna Fantoli, L’effimero e l’eterno, Mef, 2007). La fede è la sostanza delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. Ma c’è una preghiera più scandalosa di quella di chi viene gettato all’inferno? Dice il Papa: «L’ateismo del XIX e del XX secolo è, secondo le sue radici e la sua finalità, un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale». Al nostro moralismo che pretende inchiodare Dio, risponde un Dio che si è fatto inchiodare a una croce. Cristo andando all’inferno. Una sentenza? No, tracce di esperienza cristiana. Come quella del vietnamita Paolo Le-Bao-Thin: «Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso, perché infiammati dal divino amore innalziate con me le vostre lodi a Dio». Drammatica è anche la critica rivolta ai surrogati («ideologie») che la modernità oppone all’esperienza della fede-speranza. Fino al punto, dice il Papa citando Kant («se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno d’amore»), di essere prossimi a vedere «la fine (perversa) di tutte le cose».
Le preghiere di meretrici e storpi
Insiste il Papa: «La speranza cristiana è individualistica?». No, «è legata all’essere nell’unione esistenziale con un “popolo” e può realizzarsi per ogni singolo solo all’interno di questo “noi”». E così, per capire che significa “questo noi”, cosa sia “popolo”, basterebbe anche solo il volume di una ragazzina della Bocconi. Che spulciando tra registri e annali dei primi centocinquant’anni della Fabbrica del Duomo, ha visto popolarsi il cantiere e la piazza della cattedrale di volti, «scultori, architetti, principi, mercanti, soldati, vecchiette. e donne che terminato il loro giro notturno si appropinquavano al piazzale della chiesa Maggiore, procedevano alla conta del gruzzolo appena raggranellato e ne versavano una parte alla Madonna, non esitando a far trascrivere all’officiale di turno all’altare sul Registro delle oblazioni il loro nome accompagnato dall’inequivocabile meretrix» (Martina Saltamacchia, Milano, un popolo e il suo Duomo, Marietti 1820, 2007). “Popolo”, come il monaco Ermanno, vissuto nell’XI secolo, noto come “lo storpio” e che non avrebbe dovuto nascere, né sopravvivere tanto egli era deforme e ripugnante alla vista. E che invece, accolto e allevato nel monastero tedesco di Reichenau, si distinse per «acume» in tutte le arti e «gentilezza» e «umanità» e la cui morte «fu molto pianta dagli amici». Lo storpio, autore di uno dei più begli inni a Maria, l’Alma Redemptoris Mater, dove «il nostro desiderio di risorgere, cioè di “venire fuori” dal male, trova in Maria il sentiero luminoso» (Gaetano Brambilla, Maria nei mosaici dell’abside di santa Maria Maggiore, Elledici, 2007).

(da “Tempi”)