29 Maggio 2011   •  News

Victor Zaslavsky è stato testimone e interprete del suo tempo

Redazione

 

Poco più di dieci anni fa, nel marzo 2002, usciva il primo numero di Ventunesimo Secolo. Rileggiamo insieme l’incipit dell’editoriale che inaugurava la rivista: “Ventunesimo Secolo nasce da un’esperienza concreta, sviluppatasi negli ultimi due anni all’interno del Centro studi sulle transizioni della Luiss Guido Carli. Coinvolge un gruppo di persone di diversa formazione scientifica, estrazione generazionale e provenienza geografica, che hanno stabilito un rapporto di collaborazione e discussione a partire dalla propria ricerca e dalla comune esigenza di ampliarne i confini attraverso il confronto e la conoscenza di altri ambiti del sapere”.

Ma chi erano queste persone? E quali gli ambiti del sapere che si confrontarono, si ibridarono, decisero di collaborare per dar vita a Ventunesimo Secolo. Il Centro studi sulle transizioni fu fondato nel 2000 e animato da Victor fino alla sua morte. Quando giunse alla Luiss, Victor era già il sociologo che aveva indagato, attraverso l’analisi delle strutture socio-economiche, le cause che avrebbero portato all’implosione dell’Unione Sovietica per l’inevitabile secessione delle nazionalità. La considerazione dei processi di lungo periodo e l’innescarsi di quella dinamica che egli battezzò “contro-modernizzazione” lo avevano portato a non credere, nemmeno per un momento, che il tentativo di riforma di Gorbaciov potesse riuscire nel suo intento. Quel tentativo, per Victor, al di là delle intenzioni, si fondava su premesse sbagliate, agiva in un contesto strutturalmente compromesso, si poneva obiettivi impossibili.

In quel torno di tempo, nel quale la storia si rimetteva bruscamente in moto e la storia politica dopo anni di eclissi sembrava trovare una nuova giovinezza, l’avverarsi delle profezie che Victor aveva formulato – così connesse alle ragioni che stavano trasformando il mondo sotto i nostri occhi – gli conferì un particolare fascino agli occhi dei giovani storici che lavoravano alla Luiss. La formazione di questi storici, d’altro canto, favoriva in modo naturale un incontro interdisciplinare. Essi, infatti, avevano impostato la loro ricerca attingendo alla lezione di quella corrente della storiografia anglosassone che alla fine del XIX secolo, tra Cambridge e Oxford, aveva avuto tra i suoi capostipiti uomini del calibro di Freeman, Acton, Maine, Bryce.

Quella corrente considerava la storia come l’ingrediente fondamentale per una scienza della politica in grado di aiutare a dar risposte agli interrogativi del tempo contemporaneo, pur rigettando ogni determinismo e tentativo di previsione del processo storico. Tale scelta metodologica aveva rappresentato anche, per tanti versi, un’uscita di sicurezza nel panorama della storiografia italiana del tempo, allora orientato ideologicamente assai più di quanto non lo sia oggi. Vi era, però, un problema. L’oggetto privilegiato sul quale un’opzione metodologica certamente originale si esercitava era il partito politico: una specialità” tutta italica, se è vero che a partire dal secondo dopoguerra la fioritura delle cattedre di storia dei partiti è stata direttamente proporzionale all’appassimento di quelle di storia del risorgimento. E una specialità giustificata anche dalla centralità istituzionale che il partito aveva avuto, in particolare nel periodo repubblicano.

Questo tentativo, d’altro canto, un effetto positivo l’aveva già sortito: aveva incrinato una sorta di lottizzazione compiutasi nella ricerca contemporaneistica, per la quale i vari partiti erano stati fino ad allora studiati, con poche anche se  notevoli eccezioni, da storici “della casa” che, tra l’altro, avevano avuto a disposizione quasi in monopolio le fonti documentarie, gelosamente custodite dagli istituti dei differenti partiti. A fronte di quest’azione di apertura e di sprovincializzazione della ricerca, vi era, però, evidentissimo, il rischio di esagerare eternando l’importanza del partito, soprattutto in un momento nel quale tutto cambiava e le urgenze della storia ponevano all’attenzione degli analisti nodi di ben altra portata.

Il padre del metodo scientifico-comparativistico Freeman aveva racchiuso l’essenza della sua opera in una formula: “la storia come politica al passato e la politica come storia al presente”: un modo più british per esprimere l’idea di Benedetto Croce secondo la quale la storia è sempre storia contemporanea, in quanto indaga il materiale del passato ponendosi le domande del presente. Per questo Freeman aveva posto al centro della sua riflessione la continuità delle istituzioni indo-europee; per questo Croce, da un certo punto in poi, aveva riflettuto innanzi tutto sulla tenuta della nazione nel contesto della più complessiva storia d’Europa e delle sue sorgenti identitarie. Battezzando all’alba del nuovo secolo una rivista di storia col nome “Ventunesimo secolo” era evidente l’intenzione dei suoi fondatori di seguire i postulati di Freeman e Croce.

Ma a questo punto, per gli storici che avevano incontrato Victor e con lui avevano deciso di dare vita a una nuova riflessione, si poneva un problema che – per non farci sconti -, possiamo formulare con crudezza così: l’indagine della forma-partito nel contesto delle domande poste da una transizione di secolo che dopo l’11 settembre 2001 aveva gettato la maschera e mostrato tutta la sua drammaticità, era anche solo paragonabile, per rilevanza, a ciò che nell’Ottocento era stato il tema freemiano della continuità delle istituzioni indo-europee e che nel Novecento era stato il problema crociano della nazione nel contesto della civiltà occidentale? Si avvertì, insomma, il rischio che senza un necessario ripensamento, senza trasferire quella riflessione in un contesto più ampio, un approccio metodologico fino a quel punto non conformista e che aveva saputo rompere alcune incrostazioni della nostra storiografia si sarebbe trasformato in un’opzione ottusa applicata a un oggetto di studio marginale e che, inevitabilmente, avrebbe avuto un ripiegamento provinciale perdendo di vista la dimensione della politica estera. Tutto ciò proprio nel momento nel quale le domande del presente provocate dalla fine dell’assetto bipolare spingevano naturalmente per mettere sotto i riflettori degli storici proprio gli equilibri del mondo e il loro riflesso nei diversi contesti nazionali.

Vorrei aggiungere, en passant, che lungo questo percorso di revisione, che si trovava alla base delle motivazioni della fondazione di una nuova rivista, si stringeva naturalmente il contatto con alcuni storici provenienti dalla scuola defeliciana, che sulla scorta del Maestro avevano compreso assai prima le ragioni di indagare le “specialità” della storia italiana oltrepassando ideologismi, stereotipi e mode solo nazionali. Ma se possono considerarsi evidenti i motivi per i quali alcuni giovani storici che intendevano la storia come scienza della politica intraprendevano questo percorso, c’è da domandarsi perché mai un sociologo che, utilizzando i ferri del suo mestiere, aveva saputo spiegare una evenienza “piccola piccola” come l’implosione dell’impero sovietico, abbia avvertito agli esordi del Ventunesimo secolo il richiamo della storia. Io credo che al fondo di questa svolta nella ricerca di Victor vi siano, per l’essenziale, due ragioni tra loro connesse. La prima è che, essendo Victor un fuoruscito e avendo conosciuto il comunismo dall’interno, non è stato mai contaminato dalla “spensieratezza” che caratterizzò il decennio post- caduta del Muro. Non ha mai creduto, insomma, alla fine della storia e neppure si è illuso che le cose si fossero semplificate, per il mondo e in particolar modo per la Russia.

Victor era consapevole della tragica grandiosità del più grande esperimento di ingegneria sociale che l’uomo avesse mai concepito. E sapeva che, per uscirne fuori, non sarebbe bastato né abbattere un regime, né chiudere un partito e neppure estirpare simboli e bandiere. Ci sarebbe voluta una gigantesca opera di presa di coscienza e di riconversione, in grado di impegnare il lavoro e la riflessione di una generazione.

La seconda ragione della svolta è racchiusa in un aneddoto che gli sentii raccontare la prima volta alla Luiss nel 1995 in occasione della seduta d’apertura di un convegno comparativo sul comunismo in Italia e in Francia, alla quale presero parte, tra gli altri, Renzo De Felice, François Furet e Annie Kriegel e che, per molti versi, può considerarsi la tappa inaugurale di quel percorso che sarebbe poi sfociato nella fondazione della rivista. Fu lì che per la prima volta sentii Victor citare quest’episodio, non casualmente riportato poi nelle pagine introduttive di Togliatti e Stalin, il libro scritto a quattro mani con Elena Aga-Rossi che, si può dire, ha rivoluzionato la storiografia sul Partito Comunista Italiano.

Il racconto riferiva uno scambio di battute tra Silone e Togliatti: “Palmiro – avrebbe detto Silone – ma non ti rendi conto che un giorno apriranno gli archivi sovietici e noi, compagni italiani, diventeremo responsabili delle malefatte del PCUS?”. Togliatti non riuscì a trattenere un sorriso: “Se è per questo che ti preoccupi, ti posso tranquillizzare: le cose davvero serie e gravi, i compagni sovietici non le mettono mai per iscritto”. Io sono certo che Victor a lungo avesse condiviso, fondamentalmente, il punto di vista di Togliatti. Quando si rese conto che, invece, gli archivi sovietici erano una vera e propria miniera di informazioni in grado di rivoluzionare la storiografia in profondità, pensò anche che quei materiali qualcuno dovesse utilizzarli per fare i conti col passato. Perché, senza fare quei conti, non se ne sarebbe usciti: in Russia, ma nemmeno in Italia.

A questo punto, chiarite le diverse ragioni scientifiche, ma anche esistenziali, che si trovano alla base dell’intrapresa, torniamo all’editoriale di apertura di “Ventunesimo Secolo” e leggiamone insieme un altro passaggio: “Il termine transizione che si trova nel sottotitolo della rivista, implica l’idea del mutamento, cioè dell’oggetto d’analisi privilegiato delle scienze sociali nel loro complesso, e si riconnette alla fisiologia del processo storico. Proprio perché non rimanda a un settore o a un campo di ricerca specifico, richiede necessariamente una definizione precisa dei suoi confini cronologici e geopolitici”. Il passo aiuta a comprendere perché lo studio delle “transizioni” consentì l’incontro interdisciplinare e introduce alla scoperta di quali sono stati gli oggetti di studio privilegiati dalla rivista. La scommessa fu quella di tenere insieme lo studio dei processi politici in perenne mutamento con quello delle strutture durevoli – istituzionali e sociali -, che consentono di affermare d’essere transitati da una situazione storica a un’altra. Si riaffermava così l’attenzione per tutto ciò che si muove nello spazio pubblico: Stati, istituzioni sovranazionali, nazionali e locali e anche partiti e associazioni.

Il loro studio, però, non era più “monografico” e autoreferenziale, ma connesso al più complessivo processo storico.La rivista accettava come termine cronologico di partenza per le ricerche ospitate sulle sue pagine quello che Furet e Hosbawm, da prospettive differenti, avevano individuato come il vero inizio del Ventesimo secolo: lo scoppio della grande guerra. Ma, a differenza dei due grandi storici, non fissava come termine a quo il 1989. Non soltanto per non sottrarsi allo studio delle conseguenze determinate dalla fine del secolo breve, ma anche per la convinzione  che alcuni “residui” di quell’incredibile fatto storico che fu la Prima Guerra Mondiale – basti pensare, per esempio, alla situazione dei Balcani – non si confondessero con le pietre e le schegge provocate dalla caduta del Muro.

I “fuochi” d’analisi privilegiati furono tre: il processo di democratizzazione, indagato senza perdere di vista i retroterra autoritari e più spesso totalitari dai quali le nuove democrazie provenivano; il processo di nazionalizzazione nel suo convulso ma inarrestabile sviluppo dal termine della Prima Guerra Mondiale al crollo dell’Unione Sovietica; e, infine, il contemporaneo affermarsi di due tendenze storiche apparentemente contraddittorie: il rinfocolarsi di identità regionali e comunque particolari e l’avanzare di processi d’integrazione sovranazionale, tra i quali l’unificazione europea risultava il più importante ma fin da allora anche il più problematico. A rileggere a dieci anni di distanza quell’editoriale, potrebbe sembrare che nell’evidenziare i campi d’indagine storica privilegiati per la comprensione del Ventunesimo Secolo vi fosse quanto meno una presa di distanza dalla linea di ricerca di Samuel Huntington, che già allora, attraverso i suoi studi, aveva pronosticato per il Ventunesimo secolo il drammatico combinarsi di un avanzamento delle pratiche della democrazia con la prospettiva di scontri di civiltà portatori di cariche potenzialmente integraliste e di nuove tensioni totalitarie.

Vorrei chiarire che né per Victor né per me si trattava di uno scostamento teorico. Dopo l’11 settembre, infatti, entrambi eravamo convinti che bisognasse fare i conti con le identità e che Malraux avesse avuto ragione nel pronosticare che il Ventunesimo secolo si sarebbe caratterizzato come il secolo delle religioni. Anche se poi, in una dimensione più privata e ideale, traemmo da quei convincimenti conseguenze differenti e, nell’ambito della riflessione, Victor non fu neppure sfiorato dalla mia velleità di iniziare a capire e scrivere qualcosina di storia della religione. Ma il motivo per il quale tenemmo fuori questa prospettiva dai campi d’indagine della rivista fu, appunto, scientifico: non ambivamo a realizzare una rivista di varia umanità, ma volevamo fornire analisi fondate su fonti e competenze certe.

Per affrontare seriamente il nodo huntingtoniano ci mancavano entrambe. Per questo, ci limitammo in consiglio di facoltà a proporre insieme l’introduzione di un corso di lingua araba e di una cattedra di Storia del Medio Oriente. Un’ultima domanda: dieci anni dopo, si è tenuto fede al programma? Ripassando gli indici dei venticinque numeri della rivista, sarei indotto a rispondere affermativamente. Alcuni rappresentano davvero un contributo rilevante alla comprensione del nuovo secolo. Cito ad esempio: i numeri monografici su De Gasperi e Gorbaciov, quelli sul piano Marshall e sui confini dell’Europa, quello sulle transizioni in Francia, Spagna e Italia.

E’ stato certamente più facile fin quando Victor vigilava su ogni numero, sempre impreziosendolo con qualche documento che spalancava una prospettiva di lettura quando non proprio una pista d’indagine. Ma il giudizio si rafforza se scorro i lavori dei “giovani”, che in questi dieci anni sono cresciuti mentre noi della vecchia guardia invecchiavamo assieme a Ventunesimo Secolo. Penso ai lavori più connessi ai processi di transizione, come quelli di Maria Elena Cavallaro, Maria Teresa Giusti, Evelina Martelli, Tommaso Piffer, Gabriele D’Ottavio, Emanuele Bernardi. Ma anche a quelli maggiormente concentrati sulla dimensione partitica, per la torsione originale che hanno saputo assumere, come quelli di Andrea Guiso sul Partito Comunista, Vera Capperucci sulla Democrazia Cristiana, Andrea Spiri sul Partito Socialista e Michele Donno sui socialdemocratici. Ulteriori contributi di altri giovani ricercatori della rivista, d’altro canto, si annunciano prossimi.

In conclusione: i motivi di soddisfazione scientifica non mancano così come gli stimoli per rilanciare la sfida per un altro decennio. Senza Victor sarà più difficile ma, anche grazie a quanto ci ha lasciato, ce la possiamo fare.

(Due giorni di studi per ricordare Victor Zavlasky. Un convegno di Magna Carta)