20 Ottobre 2009  

Zanon: "Il capo del governo come gli altri? Interpretazione dubbia"

Redazione

Professor Nicolò Zanon, lei è ordinario dl diritto costituzionale all’UniversItà Statale dl Milano, le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale, come era prevedibile, ruotano Intorno alle violazioni degli artIcoli 3 e 138 della Carta. La convincono?

“Credo che si tratti di una violazione inquadrata nel combinato disposto tra i due articoli. Probabilmente la Corte vuole dire che questa disparità di trattamento rispetto al normale svolgimento dei procedimenti è irragionevole. Secondo me, l’irragionevolezza, però, non riguarda tanto la violazione del principio di uguaglianza strettamente inteso perché il cittadino comune obiettivamente non è uguale al presidente del Consiglio, per le funzioni che quest’ultimo ricopre. Per questo ritengo che si possa pensare a diversi trattamenti in relazione alle posizioni diverse che il soggetto assume nell’ordinamento. Questa differenza di regole, secondo la Consulta, deve essere però sancita per via costituzionale mentre è irragionevole che venga sancita con una legge ordinaria qual era il Lodo Alfano”.

Lei aveva individuato in un suo intervento anche un altro punto. Quello legato alla sospensione del procedimento penale per le cariche interessate dal Lodo Alfano. Ritiene che la Consulta abbia letto nel Lodo una sospensione processuale oppure un’immunità vera e propria?

“Questo è un nodo che la Corte deve sciogliere. La Consulta ha ragione nel dire che se si tratta di una prerogativa, però di essa nella Costituzione non c’è traccia. E non c’è dubbio che questa materia andava affrontata con una legge di rango costituzionale. Vorrei ricordare, però, come nel 2oo4 in occasione della bocciatura del precedente Lodo Schifani, i giudici avevano dichiarato incostituzionale lo scudo perché non era rinunciabile. Mi permetto di sottolineare che l’immunità non è rinunciabile perché essa è connessa intimamente alla carica che il soggetto tutelato ricopre. Faceva solo retorica il deputato quando, al tempo dell’immunità parlamentare, dichiarava di rinunciarci perché la decisione non era rimessa a lui, semmai era la Camera di appartenenza a prenderla dopo una votazione”.

C’è poi il problema della violazione del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

“Questo era un aspetto già presente nelle sentenza del 2004. Si potrebbe dire che qui la Corte rifiuta la logica di quello che potremmo definire il capo”.

Cioé?

“Il presidente del consiglio resta il primus inter pares e non diventa, come diceva uno, un primus super pares. Lo stesso vale per i presidenti delle Camere rispetto ai parlamentari. Io ho qualche dubbio che sia così in relazione alle attuali regole costituzionali ma i giudici hanno deciso in questo modo”.

Quindi a suo parere ci sono ancora problemi non risolti?

“La sentenza apre la questione del necessario riequilibrio del rapporto tra cariche politiche di vertice e le iniziative giudiziarie proprio per evitare che inchieste per così dire partigiane possano essere utilizzate per fini politici, il problema è che la politica deve trovare, nelle forme idonee che la Corte richiede, cioè quelle della legge costituzionale, strumenti di tutela delle cariche politiche contro iniziative giudiziarie in ipotesi persecutorie”.