15 Ottobre 2010   •  News

Anche il Capitalismo ha un’etica. Basta farla funzionare

Redazione

Prima di entrare nel merito del rapporto fra capitalismo e cattolicesimo, credo sia necessaria una precisazione di ordine linguistico. In realtà, il termine “capitalismo” possiede una carica di forte ambiguità che rischia di fuorviare il ragionamento. Ambiguità che in parte deriva dall’origine chiaramente ideologica del termine. Il primo ad utilizzarlo nell’attuale senso fu, verso la metà del XIX secolo, Louis Blanc storico e uomo politico francese definito da Proudhon come rappresentante del “socialismo governativo”. Ma il termine è ambiguo soprattutto per la sua valenza semantica: etichettando come capitalismo le moderne economie di mercato implicitamente si assume l’idea che il motore delle moderne economie di mercato sia il capitale e, di converso, si azzera il ruolo della persona nel funzionamento del sistema economico. Ma l’evidenza empirica mostra come i capitali siano in quanto tali economicamente inerti e che possono creare valore solo se adeguatamente impiegati, congiuntamente con gli altri fattori di produzione, sulla base di scelte dell’uomo. Tale precisazione non nasce da un mero desiderio di precisione linguistica. Nasce dalla consapevolezza che lo scivolamento semantico dovuto all’impiego ormai generalizzato del termine “capitalismo” rischia di determinare un forte inquinamento nella comprensione del legame fra l’economia di mercato ed il sistema etico del cattolicesimo.

Il rapporto fra capitalismo e cattolicesimo costituisce questione complessa, radicata nella storia del pensiero e della società occidentale, che è stata affrontata da diversi punti di vista. Quel che a noi interessa è valutare in quali termini (incompatibilità radicale, difficile coesistenza, compatibilità, coerenza) si ponga oggi la relazione fra i meccanismi essenziali di funzionamento dei sistemi di libero mercato ed i valori etici fondamentali del cattolicesimo.

Paradossalmente, potrebbe ritenersi che il tema abbia perso di centralità proprio oggi quando il capitalismo ha vinto sul piano globale la sfida storica che per oltre un secolo l’ha opposto ai sistemi di economia pianificata basati sulle ideologie socialiste. Oggi nessuno più (o meglio quasi nessuno) contesta seriamente che l’organizzazione economica di tipo capitalistico sia la migliore, tra quelle sperimentate nella storia e tra quelle realisticamente prospettabili, nella produzione di ricchezza per l’umanità.

Ma l’accettazione “universale” del capitalismo più che su una solida convinzione ideale si basa su uno stato di rassegnazione nel quale, ad una valutazione di mera convenienza, si associa una sorta di disperazione culturale e politica dovuta all’assoluta mancanza di alternative praticabili. Tale mancanza di entusiasmo, può apparire normale perché in fondo una delle debolezze strutturali dei sistemi capitalistici è proprio la loro debole legittimazione culturale e morale. Debole legittimazione che deriva in primo luogo dal fatto che il sistema capitalistico, a differenza delle utopie socialiste, non promette esiti palingenetici, la costruzione della società perfetta, la creazione dell’uomo nuovo, la fine della storia. Il capitalismo non è cioè  in grado di edificare miti collettivi pervasivi e resistenti alle più dure smentite dei fatti storici come quelli conosciuti nel XX secolo. Nonostante l’ambizione di Marx di costruire su solide basi teoriche il “socialismo scientifico”, non c’è dubbio che il movimento di massa che ha preso le mosse dalla sua opera sia stato soprattutto motivato dall’aspetto mitico (in senso non valutativo) delle teorie socialiste. Ribaltando l’adagio marxiano della religione oppio dei popoli possiamo dire che è stato proprio il marxismo a rappresentare per le masse popolari nel novecento una potente sostanza oppiacea, una sorta di surrogato della religione. Sarebbe del resto assolutamente improbabile ritenere che milioni di persone possano essere state spinte ad un impegno culturale e politico totalizzante come quello comunista dalla lettura di pagine complesse, e per certi versi astruse e piene di errori, come quelle del Capitale di Karl Marx.

Ma se il basso di legittimazione culturale e morale del capitalismo (rispetto al socialismo) è un fatto per certi versi ineliminabile perché derivante dalla sua stessa struttura teorica, cionondimeno ciò rappresenta un problema serio perché espone il sistema a periodiche crisi di rigetto che rischiano di ostacolarne il funzionamento, di metterne in dubbio la sopravvivenza. Soprattutto nelle fasi cicliche negative o quando, come attualmente, attraversa fasi di vera e propria crisi economica e finanziaria, il sistema è drammaticamente esposto alla reviviscenza di rigurgiti della mentalità anticapitalistica che ne mette sistematicamente in discussione la legittimazione e ne mina le fondamenta.

E proprio per queste ragioni che il rapporto fra capitalismo e cattolicesimo assume un rilievo centrale. Sul punto è oggi molto diffusa, anche nella cultura cattolica, quella posizione che risolve il problema del rapporto fra capitalismo e cattolicesimo in termini neutralistici. Il libero mercato, il capitalismo in sé non è né buono né cattivo: è uno strumento e non un fine e quindi tutto dipende da come viene usato. Beninteso una posizione del genere rappresenta per un liberale di un risultato importante, se si pone la mente agli anatemi che una parte del pensiero cattolico ha storicamente scagliato contro il capitalismo. E del resto ancora oggi filoni importanti della cultura cattolica manifestano posizioni di radicale chiusura nei confronti del capitalismo. Tanto per averne un’idea basti pensare alla descrizione che nel 2002 Nigritia,  la rivista dei padri missionari comboniani, faceva del sistema capitalisitco globalizzato: “un sistema che ammazza e uccide. Ammazza per fame (40 milioni di persone all’anno), uccide con le armi e uccide l’ambiente. E’ un sistema di morte, è un sistema di violenza inaudita e ben camuffata. Il padre di tale sistema è il diavolo”.

Ma una posizione neutralista se può essere considerata da un lato un onorevole compromesso sul piano della ragion pratica, si rivela dall’altro indiscutibile quanto insufficiente se esaminata dal punto della ragion teorica. Da un certo punto di vista si tratta di un’affermazione scontata, quasi banale. E’ evidente che un modello di organizzazione economica è un mero mezzo nelle mani dell’uomo che come tale non può essere oggetto di un giudizio morale. Solo la persona, in quanto libera di compiere il bene o il male, può essere giudicata secondo un canone morale. Né appare sufficiente adottare un parametro meramente utilitaristico alla luce del quale la legittimazione etica del capitalismo dipende esclusivamente dal fatto che il capitalismo è indiscutibilmente il sistema di organizzazione economica in grado di generare la maggiore ricchezza complessiva. Maggiore ricchezza che, se usata in senso moralmente orientato, è in grado di generare maggiore benessere per l’uomo.

Il problema che qui interessa è verificare se sia possibile sostenere dal punto di vista teorico che il capitalismo sia non solo “compatibile” ma anche “coerente” con la struttura morale della religione cattolica. E una risposta positiva alla domanda appare quasi scontata se compariamo il cattolicesimo alle altre grandi religioni monoteiste, come ricordato dal dott. Gotti Tedeschi nel volume appena uscito su “I cattolici e l’economia globale“. Si pensi alla religione protestante con il suo radicale pessimismo sulla natura dell’uomo corrotta irrimediabilmente dal peccato originale. O si pensi alla religione islamica con la sua sfiducia dell’uomo. Ma la risposta non cambia se proviamo a comparare, assumendo una prospettiva etica cattolica, il sistema economico capitalistico con gli altri possibili modelli di organizzazione economica.

Si pensi, ad esempio, alla centralità della persona che trova la sua massima espressione nei sistemi di mercato nei quali l’intero processo produttivo è condizionato dalla domanda dei consumatori, di ciascun consumatore. O si pensi ancora al principio del libero arbitrio, che non può essere ridotto alla scelta se rispettare o meno le leggi e le altre norme giuridiche, come accade in un sistema economico pianificato, ma include soprattutto la possibilità di fare il bene o il male, indipendentemente dall’esistenza di vincoli giuridici esterni al comportamento. E così per il principio della responsabilità etica dell’uomo o per la possibilità di guadagnarsi la salvezza con le opere sulla terra che trova il massimo grado di attuazione nei sistemi di libertà di impresa. Sistemi che meglio di ogni altro esaltano la natura intimamente creativa dell’azione dell’uomo creato ad immagine e somiglianza del creatore.

La stessa carità cristiana non è nemmeno configurabile se collocata all’interno di un’economia pianificata. Il dono è immaginabile solo in un mondo nel quale esiste la proprietà privata, la libera intrapresa, il profitto.  E’ non è del resto un caso che la più compiuta esperienza del capitalismo si sia storicamente realizzata nel Paese occidentale dove più sviluppata è la religiosità diffusa, nel Paese dove la dimensione religiosa è vissuta non solo nell’osservanza della liturgia ma anche nelle piccole e grandi vicende della vita quotidiana.

Il sistema di libero mercato permette, più e meglio di altri modelli di organizzazione economica, lo sviluppo e la piena manifestazione delle virtù morali dell’uomo. In questo consiste lo “statuto morale” del capitalismo. E’ ovvio che si tratta di una mera potenzialità morale, la cui effettiva realizzazione dipende dalle scelte economiche che i singoli operatori compiono ogni giorno nel mercato. In questo senso, ma solo in questo senso, il capitalismo in sé non è ne buono né cattivo: tutto dipende dall’uso che gli uomini ne fanno.

Ma ricordare lo “statuto etico“ del capitalismo non è affatto superfluo. Può servire sia al capitalismo che all’etica cattolica. Al capitalismo perché può aiutare a compensare quel difetto strutturale di legittimazione culturale e morale del quale soffre. Ma può servire anche all’etica cattolica, perché riconoscere la moralità (potenziale) del mercato è anche il miglior modo per fronteggiare quei fenomeni diffusi di caduta della moralità degli operatori del mercato ai quali, anche a causa dei fenomeni di globalizzazione economica, assistiamo in questa fase storica e che sono state una delle cause profonde della crisi economica mondiale di questi anni.

(L’intervento agli atti degli “Incontri di Norcia 2010”)