15 Marzo 2011   •  News

Est-Ovest. Il ritorno dello spazio europeo

Redazione

Nel 1989 l’abbattimento del Muro di Berlino simboleggiò qualcosa di molto più profondo della mera caduta di un confine arbitrario. Segnò piuttosto il ritorno di uno spazio – o di una moltitudine di spazi – che la Cortina di ferro e il sistema dei blocchi contrapposti sembravano avere annullato, tanto geograficamente quanto nel campo in cui la nostra medesima mentalità pareva percepire la sostanza di quello stesso spazio. L’Ottantanove di Berlino non fu, come vorrebbe una certa tendenza interpretativa, il punto di arrivo di un percorso lineare che trovava i suoi prodromi fin nel 1789 e che tendeva quindi, per sua antica natura, alla realizzazione universale degli ideali democratici. Il mondo in vent’anni, infatti, come possiamo vedere, è profondamente mutato. I mezzi di comunicazione di massa e l’integrazione economica mettono a nudo un universo di regioni, al cui interno, le fonti di identità locale si stanno riaffermando.

L’ultimo scorcio del XX secolo – da Timor Est sino ai Balcani e dal Caucaso all’Africa – segnato dal fermento dei nazionalismi e da conflitti localizzati, non fu semplicemente il colpo di coda di una serie di opposizioni anacronistiche, rappresentò semmai il terreno di prova di ostilità e contrapposizioni di quelle “piccole patrie“ che avevano covato sotto la cappa della Guerra fredda e tornavano ora a riprendere la loro primigenia dimensione geopolitica.

La condizione dell’Europa, per parte propria, è significativa di come la comprensione di un ritorno a uno spazio, ancorché multicentrico, quanto veramente europeo, proceda a tutt’oggi con estrema lentezza. L’Unione Europea, in quanto polo di attrazione e coesione, costituisce soltanto una parte, ma non il tutto, di questa superficie. Si stanno effettivamente rivitalizzando collegamenti che sembrano paralleli alla struttura posta in essere dall’UE e dalla sua organizzazione: basti pensare all’asse che collega l’Italia settentrionale con la Slovenia e la Dalmazia attraverso Trieste, che unisce Monaco a Praga con Plezeň e Dresda, oppure Copenhagen e Riga con Rostock e Malmö.

L’Europa torna a rappresentare in primis il trafficato ambito antropico nel quale si è cristallizzato lo scenario della sua storia e in questo senso per noi i Paesi già sottratti a questa iniziale realtà dal Patto di Varsavia o più genericamente dal «Blocco orientale», riassumono la loro collocazione naturale, dopo l’inacessibilità che li aveva fatti sbiadire nel panorama della concezione occidentale dell’Europa democratica.

Prendere coscienza di ciò che esprime quella che potremmo definire come l’essenza costitutiva dell’Europa, la sua economia morale, significa anzitutto valutare i complessi rapporti tra Oriente e Occidente in un’ottica realistica che consideri sia elementi interni che dinamiche trasversali nel concerto dei Paesi coinvolti e delle strutture esterne con essi convergenti – Russia, UE, USA, Cina, Nord Africa e Medio oriente soprattutto. Nondimeno, non va parimenti dimenticato, nell’esprimere tali considerazioni in modo responsabile, che l’Europa (prima ancora di cercarsi ritratta nei valori della cultura ebraico-ellenico-cristiana e senza scadere nell’idealizzazione letteraria) è stata – e torna a essere – il fondale di multiformi paesaggi plurietnici, il risultato di complicate ibridazioni, di elementi spuri, di situazioni conflittuali e di microcosmi culturali che hanno preceduto e seguiranno le violente deportazioni, le pulizie etniche e i confini politici.