18 Novembre 2010   •  News

Per una Storia dell'Italia unita e liberale

Redazione

 

Nel novembre del 1814, dopo l’abdicazione di Napoleone, i rappresentanti di tutti gli Stati europei si riunirono nel Congresso di Vienna per ricreare in Europa la situazione politica e territoriale precedente alla Rivoluzione Francese e al periodo napoleonico. Austria, Inghilterra, Regno di Prussia e Impero russo ridimensionarono la Francia chiedendole la restituzione dei territori conquistati da Napoleone. Si spartirono regni, stati, ducati e granducati, si rimisero sul trono i vecchi regnanti, si modificarono le frontiere, si calpestarono le nazionalità, ignorando le esigenze e le aspettative di numerosi popoli. Dal punto di vista politico questa era la Restaurazione.

Metternich, cancelliere austriaco e principale sostenitore della Restaurazione, fu nemico di ogni istanza nazionale perché l’impero asburgico si reggeva sul dominio politico di popoli diversi. Sostenne il potere dell’aristocrazia e fu il più intransigente e sicuro difensore del nuovo assetto europeo. Fu ostile a quanti seguivano idee liberali o auspicavano l’indipendenza delle nazioni. Contribuì a ritardare per tre decenni quel moto liberale e patriottico che doveva portare al dissolvimento della vecchia Europa.

L’Italia era uscita dal Congresso di Vienna nuovamente divisa in tanti piccoli Stati, tutti più o meno soggetti al dominio diretto o indiretto dell’Austria di Metternich. Il peso politico dell’Austria nella penisola italiana era molto forte. L’impero degli Asburgo aveva sottoposto quasi tutta l’Italia alla propria egemonia. Soltanto il Regno di Sardegna riuscì a conservare l’indipendenza trovandosi così nella condizione di essere l’unico Stato italiano in grado di contrastare l’Austria, un fattore di grande importanza per i successivi sviluppi della storia d’Italia. Negli Stati italiani della Restaurazione erano ritornati i vecchi sovrani, circondati da aristocratici e reazionari che diedero alle popolazioni un senso di oppressione ben più pesante di quella subita dalla Francia napoleonica. Il nostro paese aveva infatti vissuto un’esperienza politica sostanzialmente unitaria con Buonaparte.

Nel 1820-21 cominciò a formarsi un vasto movimento di opposizione alla Restaurazione sia in Italia che in numerosi Stati d’Europa. Erano i nuovi ceti borghesi, composti da imprenditori, commercianti, intellettuali che chiedevano un nuovo modello di Stato che ponesse al centro di tutto la libertà dell’individuo nei confronti di ogni autorità sia politica che religiosa. Durissimo fu lo scontro tra sostenitori e oppositori della Restaurazione. I liberali e i sostenitori dei movimenti nazionali furono perseguitati, incarcerati o costretti all’esilo, le aspirazioni alle unità nazionali e le idee liberali furono duramente represse ma non ridotte al silenzio. In diversi Stati europei si formarono associazioni segrete. Il programma politico di queste società segrete era la realizzazione di uno Stato di indirizzo parlamentare e costituzionale o la conquista dell’indipendenza dalla dominazione straniera. I primi moti insurrezionali esplosero in Spagna, in Grecia, nel Regno di Napoli e in Piemonte. In Italia, dopo una prima fase vittoriosa, le insurrezioni fallirono. Solo la Grecia ottenne l’indipendenza dall’impero turco. Il movimento di liberazione greco accelerò il processo di disgregazione dell’Impero ottomano nelle province balcaniche. Metternich fu ostile alla rivolta greca, ma la Grecia ottenne l’aiuto dell’Inghilterra, della Francia e della Russia.

Si era finalmente spezzato il fronte della Restaurazione. Così come erano falliti i moti insurrezionali del 1820/21 in Italia fallirono anche i moti del 1830/31. I metodi della carboneria e delle altre società segrete si erano rivelati inadatti, si doveva ricorrere a nuove e più valide strategie. Era necessario superare le divisioni esistenti fra Stati italiani, dare vita a un sistema politico capace di abbracciare tutta la penisola ponendosi il problema dell’unità nazionale. Si doveva coinvolgere la borghesia che aveva tutto l’interesse che si formasse un mercato nazionale dove le merci potessero circolare liberamente senza pagare dazi. Bisognava capire come arrivare all’unità di tutta la penisola, individuare chi doveva guidare questo processo storico, quale tipo di Stato costituire e soprattutto sapere quali erano le forze disponibili per sfidare l’Austria.

Intorno all’obiettivo della realizzazione dell’unità nazionale Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo e Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Massimo D’Azeglio e Cavour proposero differenti azioni e programmi politici. Giuseppe Mazzini fu sostenitore di un’Italia indipendente e repubblicana ed esponente tra i più significativi del pensiero democratico dell’Ottocento. L’idea che egli aveva della democrazia lo pose però al di fuori del filone della liberal-democrazia. Egli non condivideva la strenua difesa dell’interesse e della libertà individuale del liberalismo a cui contrappose ideali di giustizia sociale. Mai si identificò con il socialismo di cui non condivideva né l’abolizione della proprietà privata né la collettivazione dei mezzi di produzione e tanto meno il metodo dello scontro e della lotta di classe. In esilio nel 1831 fondò la Giovane Italia per realizzare l’Italia indipendente. I moti mazziniani del 1833-4 scoppiati in Lombardia, Toscana, Savoia e Genova fallirono e decine di giovani patrioti furono condannati a morte. Nonostante l’insuccesso dell’azione rivoluzionaria mazziniana il pensiero politico di Mazzini contribuì a maturare una coscienza nazionale italiana.

Vincenzo Gioberti era fortemente contrario al metodo insurrezionale, sosteneva la necessità di cambiare la situazione italiana ricorrendo a soluzioni politiche e propose una confederazione di stati italiani sotto la guida del Papa. L’unità d’Italia doveva essere un’opera pacifica affidata essenzialmente alla buona volontà dei sovrani e alle competenze diplomatiche dei loro ministri. La politica riformatrice di Pio IX, che aveva concesso una Costituzione ai sudditi dello Stato pontificio, fu seguita da altri sovrani della penisola. Tutta l’Italia era convinta che Pio IX fosse il Papa auspicato da Gioberti, dietro il simbolo del Papa si raccolse tutta l’opinione pubblica in un comune fronte antiaustriaco che chiedeva una soluzione concreta della questione italiana. Pio IX era a favore alla liberazione delle nazionalità oppresse, ma la minaccia di scisma dei cattolici austriaci lo indusse a scegliere la neutralità e a distaccarsi dal fronte antiaustriaco. Da qui si consolidò il carattere antipapale del Risorgimento che nel 1849 portò alla fine del potere temporale del Papa.

Carlo Cattaneo, repubblicano federalista, sostenne invece che solo una federazione di Stati repubblicani sul modello della Svizzera, poteva salvare le autonomie locali e le libertà individuali. Nel 1848 guidò la rivolta contro il maresciallo austriaco Radetsky durante le cinque giornate di Milano. Sulla tesi della guerra federalista voluta dal Cattaneo prevalsero le proposte politiche dei piemontesi Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio che si appoggiavano alla monarchia sabauda per sconfiggere definitivamente gli austriaci.  

Nel marzo del 1848 iniziò la prima guerra d’indipendenza, Milano e Venezia insorsero contro gli austriaci, il re sabaudo Carlo Alberto che aveva appena concesso la Costituzione intervenne a fianco delle popolazioni in rivolta. L’esercito piemontese, sostenuto da un vasto movimento patriotico e nazionale, riuscì a conseguire alcune vittorie sugli austriaci ma l’andamento della guerra subì un rallentamento. Carlo Alberto venne sconfitto a Custoza nel luglio del 1848. Nel 1849 l’esercito piemontese fu di nuovo sconfitto a Novara dagli austriaci, mentre a Roma il tentativo di Mazzini d’istaurare una repubblica democratica subiva la stessa sorte. Il fallimento della prima guerra di indipendenza venne in gran parte attribuito all’incoerenza della politica sabauda troppo incerta fra causa nazionale e interessi dinastici e Carlo Alberto si vide costretto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

Negli anni Cinquanta il rapido sviluppo economico che investì l’Europa provocò significative trasformazioni anche in Italia, dove prese forza la borghesia liberale favorevole alla liberazione nazionale. Il Piemonte era il solo Stato italiano che aveva conservato la Costituzione, il solo Stato che si era rinnovato sul piano amministrativo e che aveva attivato un vero sviluppo economico. Nel 1852 re Vittorio Emanuele nominò Camillo Benso Conte di Cavour primo ministro. L’ascesa al potere di Cavour rappresentò una svolta decisiva nella storia del Risorgimento italiano. Divenuto capo del governo, Cavour impostò i rapporti tra Stato e Chiesa su principi liberali, accelerò i tempi dell’unità e dell’indipendenza italiana cercando l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra. Cavour trasformò lo Stato sabaudo in uno Stato efficiente e moderno per inserirlo nel contesto delle grandi potenze europee. Liberalismo, libertà costituzionali e liberismo economico divennero le parole d’ordine di un nuovo progetto di unificazione nazionale guidato dal Piemonte da esportare in tutta la penisola.

Nel 1859 inizia la seconda guerra di indipendenza, l’Austria dichiara guerra al Piemonte e la Francia si schiera con il Piemonte. Una serie di vittorie franco piemontesi costrinsero gli austriaci ad abbandonare Milano. Insurrezioni popolari scoppiano nei ducati in Emilia e Toscana dove sorsero governi nuovi che chiesero di annettersi al Piemonte. Napoleone III decise di interrompere l’alleanza con il Piemonte e firmò un armistizio a Villafranca con l’imperatore austriaco in base al quale l’Austria cedeva al Piemonte  la Lombardia. Poi l’unità d’Italia si realizza rapidamente con i plebisciti e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Il 27 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”: si realizzava così l’unità territoriale e politica dell’Italia.